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giovedì 6 marzo 2025

Millennials: L’ultima generazione che ha davvero vissuto

La primavera ha un odore preciso. È quello dell’asfalto che si scalda sotto i primi raggi decenti di sole, della polvere che si alza dalle scarpe consumate, del sudore misto a deodorante cheap da supermercato. E per me, la primavera ha sempre avuto un suono: Adam’s Song dei Blink-182 nelle cuffie di un walkman che sputava note stanche, mentre con la solita camminata svogliata mi dirigevo verso la sala prove.
Era il 1999, e noi eravamo lì, al confine di un millennio che non ci voleva più bambini ma nemmeno adulti. Giornate lunghe, senza il peso delle notifiche a tirarti giù lo sguardo, senza l’ansia di dover apparire sempre al meglio su una schermata digitale. I telefoni servivano a chiamare, i messaggi costavano una follia, e internet era un concetto talmente primitivo che scaricare una suoneria in WAP sembrava fantascienza. Ci si vedeva davvero, ci si parlava davvero, e ogni accordo strimpellato in una sala prove puzzolente di fumo e umidità era un manifesto di ribellione senza uno scopo preciso.
Eravamo gli ultimi romantici dell’analogico, quelli che si sono visti sparire le videocassette sotto la ghigliottina del DVD, che hanno abbandonato le musicassette per i CD (e poi per gli MP3, con il dubbio perenne su quanti brani ci stessero in 128MB di memoria). Indossavamo Converse che sembravano sempre sporche ma mai fuori posto, e dentro di noi si agitava un’energia assurda: volevamo cambiare il mondo, anche se non sapevamo ancora come.
Oggi mi chiedo se ci siamo riusciti. La risposta mi sembra una risata amara persa nel vento. Siamo stati inghiottiti dal tempo, trasformati in adulti disillusi, prigionieri di uno schermo che ci detta le emozioni in pixel perfetti. I sogni si sono rimpiccioliti, la realtà è diventata una versione patinata e taroccata di quello che ci avevano promesso. La noia, che un tempo ci faceva suonare, scrivere, creare, oggi ci incolla a una timeline infinita di cose che non ci appartengono.

Mi mancano quei giorni, mi mancano le chitarre che vibravano nell’aria, le pizze mangiate senza fretta, il tempo che scivolava via senza l’ossessione di renderlo produttivo. Ma almeno, cazzo, io quelle cose le ho vissute. Ho un archivio di ricordi veri, tangibili, sudati e sporchi.

E voi? Ci pensate mai a quello che eravamo? A come siamo finiti qui? E soprattutto… perché?

Antonio

giovedì 20 febbraio 2025

Il Pessimismo, i Fallimenti e la Trappola della Felicità


La felicità è una fregatura. Ti viene venduta come la destinazione finale, la grande conclusione, il senso di tutto. Ma cosa succede quando ti accorgi che non ci arrivi mai, che il miraggio si sposta ogni volta che credi di averlo raggiunto? Succede che il pessimismo ti afferra per il collo e ti sussurra: “Lo vedi? Non c’è niente lì per te. Smetti di correre.”

Il pessimismo non è altro che una presa di coscienza brutale. È smettere di fingere che tutto vada bene quando ogni giorno la vita ti tira schiaffi in faccia. Non sto parlando del pessimismo da quattro soldi, quello degli eterni lamentosi che trovano sempre qualcosa che non va. No, parlo del pessimismo puro, quello che nasce quando capisci che, nonostante tutti i tuoi sforzi, hai perso, e probabilmente continuerai a perdere. È il sapore amaro del fallimento che ti si incolla alla lingua e non se ne va.

I fallimenti sono ovunque. Non parlo solo dei grandi disastri – il lavoro che odi, le relazioni che si sfaldano, i sogni che muoiono. No, quelli sono quasi facili da affrontare. Parlo dei piccoli fallimenti quotidiani, quelli che ti erodono a poco a poco. Il messaggio che non mandi, l’idea che lasci morire, il giorno che passa senza che tu faccia qualcosa di significativo. Sono questi che ti rovinano, come l’acqua che scava la pietra. Ti ritrovi a chiederti dove hai sbagliato, quando hai smesso di essere quella persona che pensavi saresti diventato. E la risposta è: sempre. Ogni momento è stato un piccolo passo verso l’abisso.


Ma ecco la vera domanda: vuoi davvero essere felice? È questa la parte che ti frega. Perché la felicità, per come ce la raccontano, è una bugia. È una trappola, una costruzione artificiale per tenerti in riga. Sii felice, ti dicono, compra questa cosa, fai quel viaggio, segui quella dieta. E tu ci provi, Dio solo sa quanto ci provi, ma c’è sempre qualcosa che manca. Forse la felicità è sopravvalutata. Forse non è nemmeno quello che voglio.

Mi interrogo. Se fossi davvero felice, cosa farei? Sarei ancora qui, a scrivere queste parole, a cercare di dare un senso al caos? Forse no. Forse la felicità è una forma di immobilità, una condizione in cui non c’è più niente da cercare, niente da desiderare. E allora mi dico: meglio così, meglio essere infelice, incazzato, perso. Meglio il pessimismo che ti spinge a mettere tutto in discussione, che ti tiene sveglio, che ti fa chiedere “perché?” anche quando non c’è una risposta.


Forse, in fondo, non voglio essere felice. Forse voglio solo continuare a lottare, a fallire, a sentire che c’è ancora qualcosa che mi manca. Perché è questo che mi tiene vivo, che mi spinge avanti.
La felicità è una fine, e io non sono pronto per finire.

lunedì 10 febbraio 2025

MEGLIO UN RIMORSO O UN RIMPIANTO?

Mi sveglio con questa domanda che mi martella il cervello come un tamburo tribale dopo una notte di autodistruzione: meglio un rimorso o un rimpianto? Il dilemma dell’umanità moderna, l’incubo che ci segue ovunque—sui cartelloni pubblicitari, nelle frasi motivazionali stampate sulle tazze, nelle bocche di guru da quattro soldi che dispensano perle di saggezza mentre contano i loro follower.

Viviamo in un’epoca di scelte infinite, o almeno così vogliono farci credere. “Puoi essere chi vuoi!” urlano gli slogan. Cazzate. La realtà è un menù fisso travestito da buffet: pensi di avere infinite possibilità, ma alla fine mangi sempre la stessa sbobba servita in un piatto di plastica. Lavoro, bollette, aspettative sociali. Prendere o lasciare.

Eppure, ci tormentiamo con questa domanda, come se davvero avessimo un controllo totale sulla nostra vita. “Fallo e basta, meglio un rimorso che un rimpianto!” Un consiglio da film, venduto come filosofia di vita. Facile da dire per chi ha sempre un paracadute sotto il culo. Ma chi cade fuori dal sistema? Chi non ha la fortuna di poter scegliere tra il rischio calcolato e la prudenza vigliacca?

La società non ha pietà per chi sbaglia. Non perdona chi ha avuto un attimo di debolezza, chi ha preso la strada sbagliata, chi è inciampato mentre correva sulla stessa dannata ruota del criceto dove corriamo tutti. Uno scivolone e sei fuori, bollato a vita come fallito, peso morto, uno da ignorare.

Cammino per strada e vedo i relitti umani che questa civiltà ha scaricato nei vicoli, nelle stazioni, sotto i ponti. Gente che forse ha scelto male, o forse non ha avuto scelta. Nessuno li guarda, nessuno si ferma. I rimorsi e i rimpianti sono un lusso per chi ha ancora qualcosa da perdere. Per loro non esiste nemmeno più la domanda.

E allora mi chiedo: meglio un rimorso o un rimpianto? Meglio buttarsi nel vuoto sperando di volare o restare inchiodati a terra a guardare gli altri spiccare il volo?

Forse la verità è che la scelta non esiste davvero. Forse siamo tutti pedine di un gioco truccato, dove il banco vince sempre e noi ci illudiamo di poter bluffare. O forse, il vero errore è credere che ci sia una risposta giusta.